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Non sono uguali, tra loro, le immagini e non sono uguali le parole che le ancorano al loro significato.
Io non sono uguale. Io, una cosa, un lavoro, un’attività, un’organizzazione e i suoi componenti, un territorio e i suoi abitanti, un’impresa, una penna e una collezione di penne, un’auto, un bosco, un cibo non sono uguali a ciò che gli è simile. Niente è uguale perché “la verità delle cose è sempre nell’anima” (Platone). E’ questo il progetto: mostrare l’anima delle persone, delle cose con un ritratto d’artista, una foto, con un racconto, una storia.

Io non sono uguale è un progetto di ricerca sull’immagine e la comunicazione. Lo mettono a terra Walter Ponchia, fotografo di fama internazionale e Francesco Nosella, esperto di comunicazione.
Il progetto prende avvio da alcune domande che Walter e Francesco si vanno facendo a proposito della fotografia nell’epoca dei selfie, delle banche immagini, della riproducibilità infinita e della scomparsa dell’originale.
Che cos’è oggi la fotografia? Può ancora vivere in autonomia o è messa ai margini da un eccesso di immagini? Può ancora svolgere un ruolo di conoscenza, rappresentazione, costruzione di senso? Può essere capace di rendere un servizio al soggetto ritratto?
Con uno slogan, necessariamente riduttivo: c’è una differenza tra essa e i selfie?
A definirla ci può aiutare la similitudine tra il linguaggio parlato e il linguaggio scritto. Scripta manent dicevano gli antichi, i selfie volant; la fotografia e la parola scritta permangono se, insieme, colgono l’identità del soggetto e sono capaci, in un flusso comunicativo, di trasformarsi in messaggio e questo in esperienza.
Quindi la risposta all’insieme delle domande, secondo Francesco e Walter, è provvisoriamente positiva, ma condizionata.
La fotografia può vivere, e non sopravvivere, se riesce a lavorare in un contesto più ampio, quello della comunicazione, ottenendo così un reciproco vantaggio. Per la comunicazione quello di superare la soglia del rumore, del linguaggio iconico, dell’omologazione; per la fotografia, quello di ritrovare un luogo proprio, distinto, perseguendo uno scopo sia estetico che conoscitivo.
Già alcuni anni or sono, prima dell’esplodere dei selfie e dei social (quindi un’era fa), Manfredo Massironi, insigne studioso di psicologia cognitiva e artista, co-fondatore, negli anni ’60, del Gruppo N (enne),

in un suo saggio affermava che il bello, con i concetti di equilibrio, proporzione e misura, ha caratterizzato l’arte per secoli e oggi è stato completamente assorbito dalla produzione e dal mercato delle merci. Ha così liberato l’arte da qualsiasi vincolo normativo dove, possono essere consumate le provocazioni, le denunce, le critiche. Massironi aggiunge poi che “l’arte rimane laboratorio che alimenta i processi di comunicazione.
Io non sono uguale è quindi un progetto di ricerca che apre uno spazio, prendendo spunto dall’idea di Massironi, tra l’Arte e la Comunicazione. Uno spazio per niente angusto, ma che appare assai fertile dove ricerca, bellezza e autenticità realizzano il loro evento.
Uno spazio di indagine e lavoro in cui, come Tomas in Blow up giunge alla soluzione del giallo solo per successivi ingrandimenti, consapevoli che tale ricerca non può uscire da una dimensione mitologia.
Ma lo scopo di un percorso di ricerca è quello di trovare. In altri termini un’ipotesi di lavoro va verificata, messa alla prova.
Io non sono uguale, quindi, deve individuare soggetti su cui verificare la presenza dello spazio tra arte e comunicazione su cui applicare le premesse progettuali.
Francesco e Walter ne hanno individuate alcune su cui sono impegnati nella verifica.
Lo fanno in questo caso con dodici ritratti di persone colte nei loro ambienti. Quello del vino che amplifica la dimensione comunitaria, quello dell’artigianato e del commercio di prossimità e quello dell’impresa, tutti legati al fare. Attraverso il ritratto si tenta di cogliere l’essenza del loro essere verificando, così, lo spazio tra Arte e Pubblicità.

Francesco Nosella
Walter Ponchia

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